Giappone, il mito è sotto stress
Il Giappone e i suoi prodotti per diversi anni sono stato sinonimo di qualità e di affidabilità a prezzi accessibili.
Una volta contendeva agli USA il primato di superpotenza economica, mentre negli ultimi 20 anni ha subito un severo ridimensionamento.
L’analisi della dinamica del PIL mostra impietosa la situazione nipponica che ha registrato negli ultimi vent’anni un tasso di crescita annuo dello 0.96% rispetto a un +2.5% degli States.
La variabile che invece ha registrato una espansione esponenziale è il debito statale letteralmente esploso nel medesimo periodo come mostra il grafico 2.
Le previsioni correnti sul budget fiscale giapponese evidenziano deficit annui prossimi al 10% per i prossimi due anni e comunque prossimi all’8% negli anni successivi.
Non è un caso che le agenzie di rating abbiano iniziato a mettere sotto stretta osservazione il rating del Giappone ancora elevato e pari al AA di S&P.
Le disavventure macroeconomiche costituite da bolle speculative, svariate recessioni e prolungati periodi di stagnazione non hanno lasciato indenne la dinamica dei profitti delle imprese e quindi del listino giapponese.
La redditività delle società comprese nel Topix, a parte qualche eccezione, è rimasta inferiore a quella rilevata per i competitors, senza mostrare segnali di inversione.
Il livello qualitativo dei prodotti e la gestione dal punto di vista tecnico è sempre stata all’avanguardia.
Almeno fino alle ultime settimane quando Toyota, il più grande produttore di auto mondiali, ha dovuto richiamare una quantità impressionante di veicoli per problemi di sicurezza. Infine persino il gioiello ecologico come la Prius è sotto scrutinio delle autorità USA per alcuni mal funzionamenti.
La dinamica dei listini azionari è conosciuta da diversi investitori: l’indice Topix ha lambito quota 3000 alla fine degli anni ’80 per raggiungere quota 700 nello scorso marzo. Attualmente scambia attorno ai 900 punti, ma l’indice azionario nipponico ha continuato a sottoperformare gli altri benchmark mondiali.
Le prospettive rimangono poco incoraggianti dal punto di vista macro: dopo aver registrato una riduzione del PIL nel 2008 (-1.2%) e nel 2009 (-5.3%), nel 2010 dovrebbe crescere dell’1.7% e nel 2011 del 2.2%. Sono numeri inferiori alla media di quanto previsto per i paesi sviluppati, ma superiori di quanto stimato per il nostro paese.
Ancora una volta la spinta alla crescita proverrà dall’esterno, dalle esportazioni, mentre i consumi interni dovrebbero rimanere, nella migliore delle ipotesi, fermi.
Difficile che il governo insidiatosi lo scorso anno, già considerato sfavorevolmente dai mercati, riuscirà ad imprimere una svolta riformatrice.
A marzo si chiuderà l’anno fiscale in Giappone e saranno rilasciati i risultati annui delle imprese che potrebbero riservare delle sorprese, forse negative. La dinamica della valuta negli ultimi mesi non ha agevolato l’export e soprattutto non rispecchia la situazione congiunturale e strutturale di un paese che dispone del debito pubblico più ingente del pianeta.
La valutazione fondamentale dell’indice Topix che emerge guardando il rapporto price/earning (P/E) non è propriamente incoraggiante, visto che quello atteso è pari a 31.4, da confrontare con un 13.6 rilevato per lo S&P500 e 11.6 per il DJ Eurostoxx.
Solamente gli indicatori prezzo su patrimonio netto (P/BV) e prezzo su cashflow (P/CF) inquadrano una situazione interessante e su livelli inferiori a quanto rilevato sullo S&P500.
Al momento ci sembra stiano predominando le incertezze rispetto alle opportunità, rinvenibili in altri listini caratterizzati da una rischiosità inferiore.
Marcello Rubiu
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